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Oni Asobi – Recensione
venerdì, marzo 21st, 2014

In un villaggio non ben precisato in Giappone, molto tempo fa una coppia di contadini mise al mondo una bambina con un paio di corna in testa. Com’è ovvio che sia, questa bambina col tempo faticò non poco a socializzare con gli altri abitanti a causa di questa sua stranezza, rimanendo quindi sola ed isolata. Qualche anno dopo, un’epidemia colpì il villaggio mettendo in ginocchio parecchia gente, che subito additò la bambina come causa di questa piaga. Risultato: la uccisero.
Da quel momento si verificarono di frequente strani casi di sparizione di bambini. Di chi era la colpa? Della bambina, no? Avendo passato un’infanzia in solitudine, il suo spirito era padrone di agire come meglio credeva, ai danni di innocenti, accaparrandosi chiunque ritenesse degno di essere un suo “amico”.
Costruirono quindi un tempio accanto al villaggio per cercare di arginare la sua rabbia dentro a quel luogo… in parte riuscirono nel loro intento, ma di tanto in tanto capitò che qualche incidente analogo si ripetesse, facendo sparire chiunque si avvicinasse al tempio.
Questa è la leggenda del “Oni-hime-sama” *musica orchestrale di sottofondo*.

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Si annuncia così, con questo prologo inquietante, la storia di Oni Asobi (“giocare con il demone”), horror paranormale su base RPG sviluppato da Mutsumi Ryou della Die Blaue Laterne nel 2011, e disponibile in lingua inglese grazie a Tosiaki, traduttore di Akemi Tan, da circa un paio di mesi.
Ambientato ai giorni nostri, in quel villaggio che ormai è diventata una cittadina moderna, nei panni di Shuu ed in compagnia di Kana, dovremo vedercela con questo spirito irrequieto, che sembra aver fatto il suo ennesimo scherzo di cattivo gusto, prendendo con sé l’amico Kensuke, che da spavaldo quale è non credeva a questa leggenda, andando quindi di persona al tempio per sfatare il mito del “Oni-hime-sama”. Seh.

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S’è quindi capito che anche qui, da tradizione giapponese dello spirito che resta alle calcagna, c’è da scappare. La caratteristica che però distingue Oni Asobi è che, già dai primi minuti di gameplay, ci si trova a scappare da un qualcosa di veramente etereo ed ectoplasmatico, così tanto che non si vede. La torcia equipaggiata da Shuu sarà l’unico mezzo per capire quanto è vicina la presenza, che una volta avvicinatasi troppo metterà fine alla partita: meno luminosa è la luce emanata, più è vicina la presenza. Dato che questa prima parte di gioco è abbastanza ostica, è possibile cambiare la difficoltà da standard a facile, anche perché in tutta questa fuga ci sono pure degli enigmi abbastanza lunghi (come distanza da percorrere) da risolvere, e chi ci insegue è molto veloce.

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La particolarità del suo gameplay non finisce qui: possiede ben sei finali, ognuno di essi ottenibile adottando certe scelte o percorrendo determinate strade… volendo lo si potrebbe finire in pochissimo tempo, se ci si accontentasse del primo finale, ma non renderebbe l’idea e ci si perderebbe gran parte della storia e del gameplay che Oni Asobi ha da offrire ai fan dell’horror RPG. Uno in particolare, quello che in teoria dovrebbe essere il True Ending, richiede il completamento del gioco e dei cinque finali dapprima disponibili, ma ne vale la pena. Inoltre, una volta ottenuti tutti i finali, è disponibile un’ulteriore livello di difficoltà chiamato “oni mode“.
Altro punto a favore è la meccanica di gioco ed il risvolto della trama, che cambia coinvolgendo altri personaggi che a loro volta diventano veri e propri antagonisti, come se fossero impazziti, ovviamente ai danni di Shuu che dovrà darsela a gambe se vuole evitare di essere affettato. Ecco che da una ghost story apparentemente lineare o telefonata si sfocia nello yandere, aggiungendo profondità alla storia e al gameplay, che vede una fase “stealth” spezzare il ritmo serrato della “fuga dal nemico”, fin troppo presente in questo titolo, oltre a degli enigmi che non sono tanti, ma richiedono un po’ di ragionamento, che male non fa.

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Oltre ad una grafica piacevole, pulita e ricca di particolari, Oni Asobi offre una trama non intricatissima ma ricca di flashback, risvolti e momenti inquietanti, anche tristi, ma già dal prologo un’idea si è già fatta. La difficoltà del gioco si fa sentire già dall’inizio, e la cosa potrebbe scoraggiare soprattutto quella fascia di giocatori che si sono appena affacciati al genere, ma a parer mio vale la pena tentare, riprovare e magari settare la difficoltà a livelli meno ostici, perchè man mano che si va avanti mostra la sua varietà e voglia di tenere sulle spine.
Se poi il gioco vi è piaciuto, dal menu iniziale è possibile accedere alla modalità Omake, dal quale è possibile scoprire alcuni retroscena e curiosità riguardo lo sviluppo del gioco, oltre ai ringraziamenti dell’autore dall’aspetto, come dire… curioso.
Ovviamente, ecco qui il link per il download. Alla prossima!

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